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L'algoritmico è politico – The Algorithmic is Political
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Le notizie sono il solito trantran: infurianti, demoralizzanti, o noiose; per fortuna ogni tanto si riesce a portare a casa una piccola vittoria.
Ascolta l'episodio su Spreaker.com Le notizie sono il solito trantran: infurianti, demoralizzanti, o noiose; per fortuna ogni tanto si riesce a portare a casa una piccola vittoria. Sigla. Google Settimana passata sono stato sommerso da news su Google I/O, il festival per i fanboi di Google, e dai relativi commenti. La mia reazione è stata la noia. E non perché Sundar Pichai e Demis Hassabis portino sul palco il carisma di un bradipo e l'impatto culturale di un vaso di petunie. Noia perché Google, come Meta, come tutta la Silicon Valley, ha smesso di pensare da anni. Continuano a servirci merda riscaldata e ci dicono che è zuppa. Fate un viaggio nel tempo, andate per esempio all'episodio 35 della seconda stagioNE, "Onore Al Compagno Google", era il Marzo del 2018. A sentire i cantori, secondo i quali un anno di tecnologia è una generazione, il 2018 è praticamente le guerre risorgimentali. Oppure divertitevi con il più esplicito episodio 12, settima stagione "Algopirla verso il Reich Millenario (contro il Lungotermismo)", quello è più recente, parliamo solo del 22 Dicembre 2022. L'annuncio attuale di Google, che la ricerca passerà obbligatoriamente attraverso il filtro di un modello linguistico che interpreterà per noi domande e risposte, risparmiandoci la fatica di dover capire qualcosa delle une e delle altre, non è una novità più di quanto lo sia il fatto che il modello di business di Google e di tutti i GAFAM è quello di gatekeeper, ossia di parassita. Il suo modello di utente è una scimmia ammaestrata con una carta di credito. Non esattamente un'idea nuova. Sono almeno dieci anni che parliamo di economia estrattiva, di tecnofeudalesimo, di gatekeeping. Nella ricerca mediata da modelli linguistici non c'è niente che non ci fosse già nelle anteprime automatiche, e prima ancora nell'idea che la seconda pagina dei risultati di ricerca fosse il cimitero degli elefanti. La sorpresa, per chi si sorprende con poco, è quanto sia semplice rivendere sempre la stessa idea facendola passare per novità. Ma ci sono anche delle piccole soddisfazioni. Per esempio, nell'irresistibile corsa a divorare i propri figli, Google ha appena decretato la morte della stessa industria su cui ha costruito la propria fortuna, la SEO, Search Engine Optimisation, ovvero la raccolta di trucchi per cercare di ottenere un miglior piazzamento nei risultati di ricerca. Nonostante quello che tanti hanno voluto credere, è sempre stato un gioco truccato. Dal momento in cui ha scoperto la redditività delle pubblicità online, Google ha sempre avuto il controllo assoluto sui risultati del proprio "algoritmo" (si sentono le virgolette?). Il fatto che a cadenza regolare le regole cambiassero, e quindi fosse necessario rifare da capo l'"ottimizzazione" serviva soltanto a mantenere l'illusione che la posizione nei risultati non fosse solo funzione del budget investito. Il modello di business non è cambiato: Google guadagna discriminando l'accesso al Web. Prima con la ricerca, poi con la SEO, poi con i risultati sponsorizzati, poi con i sommari automatici, poi con le anteprime AI, e adesso fornendo direttamente i contenuti del Web come se fossero un proprio servizio. I più stagionati fra voi ricorderanno le discussioni dotte in cui l'esperto SEO di turno faceva notare che la maggioranza dei visitatori del sito canistracci.it "proveniva" da Google. E tutti i direttori a bofonchiare che occorreva investire soldi in Google. Nessuno che fosse disposto a notare che gli utenti "arrivavano" da Google su canistracci.it perché Google è un motore di ricerca e gli utenti avevano cercato canistracci. La bontà dei risultati si è vista nel tempo: gli inserzionisti sono migrati su Google perché non aveva senso spendere in qualcuno che anziché puntare sui propri contenuti pagava Google per la propria visibilità. E i siti, non sapendo più come raccogliere pubblicità, distribuiscono quella che gli passa Google. Solo che non siamo nel 2010. Google sta ripetendo per la terza o quarta volta la stessa manovra, confidando che tutti gli altri siano troppo stupidi per costruire delle alternative. Ma le alternative ci sono. L'Unione, con tutti i suoi limiti che non sono pochi, ha la miglior legislazione digitale sul pianeta per contenere lo strapotere degli oligopolisti, a partire dal DSA e dal DMA, il GDPR, il resto del Digital Compact e da Novembre la PLD2. Il guaio è che una Commissione di molluschi che gonfia il petto, quando si parla di spese militari inutili, perché "l'Europa deve tornare a contare sullo scacchiere internazionale", ma poi sospende una multa miliardaria a Google per abuso di posizione dominante non è esattamente quello che ci serve adesso. Abbiamo bisogno di gente con una spina dorsale, non di filoatlantici con deliri di potenza novecenteschi. Anche la discussione sulla sovranità digitale, che pure è un tema importante, è gestita in modo ridicolo come questione di "campioni nazionali". Non abbiamo nessun bisogno di campioni nazionali. Abbiamo bisogno di imporre il rispetto delle nostre leggi in primis, di investimenti continentali in infrastruttura, e di revocare l'articolo 6 della direttiva sul copyright del 2000: il cosiddetto accordo anti-circonvenzione, che impedisce alle aziende europee di costruire soluzioni per i difetti delle tecnologie statunitensi, incluso il fatto che la migrazione dei dati è esclusivamente nelle loro mani. Certo, il Digital Markets Act impone l'interoperabilità. Ma l'interoperabilità non serve a niente fino a quando è una gentile concessione degli oligopolisti, che possono renderla difficile a piacimento per "motivi tecnici". Se non possiamo imporre le nostre leggi a casa nostra e ci neghiamo da soli strumenti per esportare i nostri dati fuori dalle piattaforme statunitensi, anche e soprattutto senza il loro beneplacito, tanto vale che restiamo a casa a fare la parmigiana di melanzane, ci guadagniamo in salute. Veniamo alla buona notizia. Una (piccola) vittoria Se mi seguite da un po' sapete che per me Joseph Weizenbaum è un punto di riferimento, sia quando si fa critica del digitale che quando si parla di chatbot, quelli il marketing chiama "intelligenze artificiali". Per quelli nuovi, Joseph Weizenbaum fu quell'informatico tedesco-statunitense che creò ELIZA, il primo chatbot, nel 1966. A differenza dei techbro odierni, Weizenbaum osservò ciò che aveva creato, vide gli effetti che aveva sulle persone, quel che vide non gli piacque, e passò i successivi vent'anni a ragionare su cosa ci fosse di sbagliato nell'approccio imperante alle tecnologie del digitale. Il risultato fu un libro splendido, "Il potere del computer e la ragione umana", che dice già tutto quello che quarant'anni dopo la compagnia di giro degli esperti a gettone tralascia volutamente in articolesse, interviste improbabili alla Intelligenza Artificiale, e convegni. Per dirne una, fu Weizenbaum a scrivere il punto non è se una macchina possa ragionare come un essere umano. Il punto è se debba farlo. Che, capirete, è a galassie di distanza dai millenarismi dei tardoadolescenti imbolsiti che oggi passano per pensatori, e pure rivoluzionari. Ad ogni modo, quel libro di Weizenbaum, in Italia è fuori stampa da quasi trentacinque anni, a malapena reperibile in qualche circuito provinciale di biblioteche. Il che, visto i temi di attualità, secondo me è imperdonabile. Ragion per cui, mesi fa ho fatto un sondaggio sul canale ed è emerso che non sono il solo che vorrebbe averne una copia. Tanto più se considerate che il 2026 è il 60mo anniversario della creazione di ELIZA. Ecco, la buona notizia è che dopo solo sette mesi di telefonate, blandizie, assicurazioni, invocazioni di divinità colpevolmente dimenticate dalla storia, l'editore si è convinto a fare una ristampa, e siccome gliel'ho chiesto, anche una versione ePub. A breve dovrei avere date, costi e tutti i dettagli ma ci sono già alcuni punti fermi: versione a stampa e anche versione ePub,uscita a cavallo dell'estateacquistabile online sul sito dell'editore. E non solo: il libro sarà in vendita al Linux Day a Pordenone il prossimo 24 ottobre, con un adesivo speciale di DataKnightmare. E ci sarò anche io, per portare un po' di allegria e leggerezza, quindi se quel weekend siete liberi, ci vediamo a Pordenone. Parlando di Pordenone, devo assolutamente ringraziare Alain Modolo, che rappresenta il Linux User Group locale, che mi ha aiutato a spargere la voce e a raccogliere interesse. Assieme, abbiamo garantito la vendita del numero di copie sufficienti a giustificare una ristampa, ma il mio sogno è che con qualche mese di preavviso e il passaparola, il libro sia un successo commerciale. Non per interesse mio, perché a me non verrà nemmeno un euro, ma per Weizenbaum, per quello che ha da dire a sessant'anni di distanza, e per dimostrare che esiste ancora una cultura della tecnologia che non è marketing né techporn. Quindi preparatevi, fate girare la voce, prendetene una copia per i vostri figli, fate una lista di persone che blaterano di intelligenza artificiale e regalateglielo. Il fatto che il libro torni a circolare dopo trentacinque anni è una piccola vittoria di cui ringrazio tutti voi. Facciamola valere.
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My take on the new Encyclical from Pope Leo? None whatsoever.
English translation of the Italian 10x33 episode, first aired on 29 May, 2026. Do you know what I have to say about Pope Leo XIV’s new encyclical Magnifica Humanitas? Nothing whatsoever. You see, I don’t have any connections in the Vatican who’ll leak me the draft under strict embargo. I don’t presume to read through 200 pages of doctrine and understand more than one percent of the references; I already struggle with a few simple passages from the Gospels in Enzo Bianchi’s Bible. And I don’t even have the nerve to rely on an LLM to quote encyclicals and play the couch Vatican expert on social media. But above all, I don’t look to St. Peter when it comes to ethics, and even less so when it comes to Artificial Intelligence. One of the problems with the debate on Artificial Intelligence is the constant and manipulative drift into metaphysics, and the political consequences of this drift. Faith just does not seem to me to be the most suitable starting point for discussing science, technology, and politics. The Pope is entirely free to hold whatever opinion he wishes on any subject, and everyone is free to take it as their own reference point, but for me, what is sacred above all is the separation of Church and State, and therefore of politics and faith. So I won’t try to explain to anyone whether the Church is for or against Artificial Intelligence, for or against the tech giants, or what significance a humanistic Artificial Intelligence might have for an organized religion. It may sound strange to you, but I really have no opinion on the matter. What I mean is, I have no opinions on the content, but I do have opinions on the act. Let’s start with the basics. An encyclical is first and foremost a marketing document, a strategic positioning document. This is not meant to be a criticism. A book I read many years ago was titled “Jesus Washes Whiter, Or How the Church Invented Marketing.” It was written by a one-of-a-kind advertising executive, Bruno Ballardini, and it recognized something that almost everyone overlooks in favor of focusing on doctrinal content: the Church always engages in strategic communication, and it does so better and with greater awareness than any communications firm. It’s no coincidence that it’s been around for two thousand years. To its secular counterparts of the moment, the Church has always said: we were here before you, and rest assured we will still be here after you, which is why your power and money cannot buy us; at most, if we come to an agreement, you can have our cautious and temporary proximity. Do you really want to count your chickens before they hatch? And so, while the techbros blather incessaantly their millenarian delusions, while Europe’s only response to US language models is a French language model, while every manager and every shareholder revels in the idea of having work without workers, while the very idea of human labor is called into question, and millions of people see every certainty of the future vanish... the Church steps in to say, “oh, but replacing work with Artificial Intelligence, burning through resources as if there were no tomorrow, sowing social insecurity, and automating war isn’t nice, you know? Maybe we should think it through more carefully.” We must acknowledge that this is a masterstroke. Also because, according to what the newspaper commentaries say, it’s not as if Pope Leo said anything new. These are the same arguments that have been circulating since ChatGPT appeared, and not even all of them, nor even the most hard-hitting ones. And since it’s a masterstroke, it’s even hard to notice that Pope Leo, in fact, doesn’t take any specific position for or against: he says there is potential, he says there are risks. What profound insight, what ethical lighthouse! One position is clear: the Encyclical states that Artificial Intelligence represents the future. But here's the rub: that's the techbro sales pitch. The fact that Pope Leo starts by taking that sales pitch for granted is not a mere political act. For nitty-gritty politics, there are the cardinals, at most. A Pope in an encyclical sets the tone. He defines the context that, from that moment on, determines what is acceptable and how we will discuss it. The encyclical builds the Overton window. The Pope is saying, “Gentlemen of Silicon Valley, you have these technological toys and a lot of money and power. We know a thing or two about power; welcome. Now let's talk.” One has to admire the nonchalance with which those who are, to all intents and purposes, idolaters, who in other times would have been burned at the stake, are recognized as legitimate counterparts. But that’s the way it is, and the reulst of this is that the Church positions itself as the necessary interlocutor in a dialogue in which, up to now, States have only proven their ineptitude. This is not cynicism; it is what the Church has done since forever, and certainly since it "voluntarily" renounced temporal power, discovering that it could wield far greater influence without it. Because there is also another thing going unnoticed. Everyone rightly points out the coincidence of dates between the publication of Pope Leo XIV’s Magnifica Humanitas and that of Pope Leo XIII’s Rerum Novarum. Same pope’s name, same date: exegetes are having a field day; the Church is a master in references and allusions, and it certainly doesn’t have them written by ChatGPT. But at a time when opposition to language models is reawakening civil society’s engagement in response to the lethargy of the political class and the greed of the business class, it occurs to me that Rerum Novarum itself made one thing very clear: that socialism was not the answer to conflicts in the world of work. My religion teacher explained this to me in high school. And in a world where economic inequality is reaching levels known only in the Ancien Régime, I’m not surprised that the Church is taking a stand: any power is a good interlocutor, except the power of the masses, who have a habit of speaking of universal rights and equality. It’s hard to talk about power with those who argue that there should be no power other than that of the sovereign people. The masses reclaiming their rights tend to be godless and without the requisite fear of God, and the Good Shepherd needs a flock. You say, you’re being anticlerical. Of course I’m anticlerical; I have a brain and a memory. My brain lets me remember that in secular affairs, the Church always plays both sides, and carefully denied the entry of any other players. And my memory reminds me that Benedict XV called World War I “a useless slaughter,” but in 1917, after four years, millions of casualties, and evidence that the heirs to the Sacred Roman Empire were not going to win after all; his successor, Pius XI, signed the Lateran Pacts with Mussolini, a fascist dictator with a socialist and anticlerical past. Under the next Pope, Pius XII, after 1945 the Church offered shelter and escape routes to South America for hundreds of Nazi and Fascist leaders, while the Pope was busy excommunicating Christian communists while at the same time stating that both Communism and Capitalism were threats to the order and balance of the family hearth, which women were called upon to preserve. More recently, Pope John Paul II is universally acclaimed for having supported (and, for many, helped bring about) the fall of the communist regimes in Poland and the rest of the countries behind the Iron Curtain; but it is the same Pope who smiled as he shook hands with the fascist dictator Pinochet, and turned a blind eye while the CIA and its henchmen massacred the priests in South America who took the Church’s verbal support for Liberation Theology too literally. We could go on and on, but these are just examples. What I said at the beginning still holds true: I don’t look to St. Peter when it comes to science, ethics, or politics. I want to see what will happen now. Whether everyone will fall into the trap and restrain themselves to commenting for or against whatever sounds like a proposal in the Encyclical, remaining rigidly within the papal Overton window, or whether we will finally have politicians capable of considering the rights and needs of their constituents and going beyond the statements of principle of those who, no matter who wins, with deep Christian compassion for the victims, will always sit alongside the victor.
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SpaceX, o la corsa con i soldi in mano verso il baratro. La chat dei tramvieri laidi e le dichiarazioni improvvide di un membro del Collegio del Garante Privacy. Più le ultime notizie sul Weizenbaum/
Ascolta l'episodio su Spreaker.com Giugno si è aperto molto male, ma come si dice, la morte risolve. Spiego, perché mi dicono che taluni hanno a volte bisogno di un aiutino per apprezzare il mio finissimo umorismo. In Germania hanno questa cosa che la maggioranza di SPA e saune vietano qualsiasi indumento. Ti porti dietro giusto l'asciugamano, perché sedersi su un asse rovente non è divertente nemmeno per i tedeschi, ma in generale tutti vanno in giro nudi, con momenti ampiamente surreali come a Erding, dove il bar della piscina è fisicamente dentro l'acqua, e tutti ciondolano in giro per la piscina nudi ma con un boccale di birra in mano. Ora, il dilemma fondamentale del nudismo, è che la gente che vedi non è quella che vorresti vedere. Questa premessa è per dire che ho scoperto che lo stesso dilemma si applica alla morte, non muoiono mai quelli che vorresti, e viceversa. In quello che probabilmente è il non sequitur dell'anno, oggi parliamo di SpaceX e della chat dei tramvieri laidi. E alla fine, come sempre, cronache dell'Odissea con il punto sulla situazione Weizenbaum. Sigla. SpaceX Come avrete letto, venerdì scorso c'è stata la quotazione alla Borsa americana di SpaceX, ed è stata un successo. Questa frase, seppur vera, è, diciamo così, largamente imprecisa. In Borsa è stato offerto solo il 5% della proprietà di SpaceX, rispetto al tradizionale 20%. Questo significa che SpaceX è a tutti gli effetti ancora un'azienda privata, in cui il cosiddetto "mercato" non ha alcuna vocele azioni vendute si chiamato di classe A e valgono un voto l'una. Le azioni detenute da Elon Musk sono di classe B, e valgono dieci voti l'unaSpaceX è incorporata in Texas, e il suo statuto richiede il possesso di almeno il 3% del capitale per poter presentare una mozione per gli azionistisempre lo statuto proibisce ogni class action e impone invece un arbitrato, e l'arbitro è scelto e pagato da SpaceX Questo è il famoso libero mercato per cui la gente si spella le mani: tu investi dei soldi e in cambio non hai né controllo, né voce in capitolo né possibilità di rivalerti quando, o se per i fan, Musk dimostrerà ancora una volta di non avere idea di quel che sta facendo, ma di essere molto convinto di avere ragione. Per la quotazione di SpaceX, in effetti, sono state ignorate tutte le regole e le consuetudini che fino ad oggi hanno accompagnato una quotazione in Borsa. Fino ad oggi, prima di quotarsi un'azienda doveva avere realizzato profitti per almeno gli ultimi 3 trimestri. SpaceX non ha mai avuto un profitto. Fino ad oggi, la quotazione iniziale era decisa dal partner bancario dopo un lungo processo di discovery. Ma per SpaceX Musk ha unilateralmente imposto una quotazione iniziale di 135$ per azione, sulla base esclusiva della sua convinzione di avere ragione. Fino ad oggi, doveva passare almeno un anno dalla quotazione prima che un'azienda potesse essere inclusa nei principali indici. Ma SpaceX verrà inclusa nel NASDAQ 100 e nello S&P 1000 dopo solo quindici giorni dalla quotazione. Questo significa che fra due settimane i Venture Capital che hanno finanziato SpaceX fin qui potranno rivendere parte delle proprie quote con profitti enormi, mentre gli investitori dovranno aspettare che SpaceX generi utili. Non è finita. Fino ad oggi, un'azienda si quotava in Borsa per raccogliere capitali da investire. Ma per SpaceX, 20 dei 75 miliardi collocati andranno a ripagare un prestito ponte, e il resto servirà a finanziare le operazioni in perdita di X, xAI e della stessa SpaceX. Perché va ripetuto perché si sappia: il conglomerato SpaceX è in perdita per miliardi di dollari. Musk è riuscito a quotarsi perché sta sul palco come nessuno, ma anche i fanboi più sfegatati cominceranno a farsi domande quando scopriranno di avere investito in un'azienda di cartone. Ovviamente quello che è valso per SpaceX non potrà essere negato a OpenAI o Anthropic, perché non ci facciamo mancare niente. A latere della quotazione, adesso Musk è valutato personalmente oltre mille miliardi di dollari. Non riesco a dare un significato operativo a questa frase, a parte il fatto che Musk ha un valore personale superiore al PIL della Svizzera, il che ne fa a tutti gli effetti uno state actor, peraltro ostile all'Unione, che l'Unione dovrebbe cominciare a trattare come tale. Io vedo questi problemi, fra i tanti: quella degli investitori è una corsa verso il baratro: l'oligopolio della cosiddetta Intelligenza Artificiale al momento in cui scrivo ha debiti per 613 miliardi di dollari e nessuna prospettiva di andare in attivo;i modelli linguistici sono una soluzione in cerca di un problema; dopo cinque anni, i casi d'uso si basano sul "per me funziona" e su prezzi al pubblico pesantemente sovvenzionati degli investitorile valutazioni di openAI, spaceX, e Anthropic sono puramente immaginarie; sono basate su alchimie contabili che tengono conto degli introiti e di previsioni di incasso autocertificate, da fare invidia all'oste che deve dire se il vino è buonoi soldi per fornire i servizi in perdita come è stato fin qui sono già finiti, il breve periodo in cui si spingeva per consumare più token possibile è già concluso, Microsoft stessa sta limitando Claude e spingendo Copilot per contenere i costi. I modelli linguistici sono la più stupida implementazione possibile nel campo dell''Intelligenza Artificiale: praticamente un attacco brute-force contro qualsiasi cosa; sono un fallimento, un disastro completo in termini di risultati, in termini economici, in termini ambientali, in termini sociali. Non è un caso che tutti questi giganti di carta siano in ginocchio da Trump a spiegare che sono "troppo grossi per fallire" e a cercare di fare in modo che il pubblico paghi per le loro imprese in perdita perenne. Questi cialtroni devono sparire nel baratro economico che hanno aperto con le loro mani, e passare i prossimi trent'anni a ripagare i debiti con cui si sono fatti miliardari. La chat dei tranvieri laidi Io cerco di non seguire la cronaca italiana, anche se è molto difficile perché ormai i quotidiani si occupano solo di quella. Se da una prima pagina togli: Garlasco, le ultime boutade della compagnia di giro del Parlamento, l'inchiesta per questa o quella corruzione, le puttanate della destra, le convulsioni della sinistra, la maturità, i Mondiali e l'imperdibile opinione di un prelato o del Papa su qualcosa che strettamente non è un articolo di fede, rimane poco. Ragion per cui ho letto il titolo sulla chat dei tramvieri laidi. E sarebbe finita lì, se non fosse che uno di voi, che chiameremo con lo pseudonimo BruttaPersona perché possa anonimamente vergognarsi, mi ha mandato il link a una dichiarazione di un membro del del Collegio del Garante, Agostino Ghiglia. Che ha detto due cose giuste modo sbagliato, o riportate nel modo sbagliato ma questa gente dovrebbe anche sapere che se vuoi dire una cosa la devi dire precisa, oppure la stai dicendo male apposta, e poi finisce in caciara come con quello che veniva sempre frainteso. Cosa ha detto Ghiglia: anche la ragazza che ha fotografato il cellulare del tramviere ha commesso un illecito, ein fin dei conti una chat di sette persone è come il gruppo del calcetto, siamo un Paese di 60 milioni di abitanti. Ho già pre-invocato per voi il necessario numero di divinità colpevolmente dimenticate dalla storia, per cui possiamo procedere. Allora. Alla lettera Ghiglia non ha torto. Ma presentate così le cose non è che aiutino a diffondere una maggiore consapevolezza, fanno solo qualunquismo. Allora, con ordine. Sì, fotografare qualcuno, o il cellulare di qualcuno, senza il suo permesso è in linea di principio illecito. Ciò non toglie che la passeggera del tram ha fotografato un illecito, non è che una cosa cancella l'altra. Chiariamo, se io fotografo Piazza San Marco, e la gente passa e va come parte del paesaggio, va bene. Ma non posso fare il primo piano delle natiche della bionda atomica che passa. Il problema è che se assisto a un illecito, riportarlo alla polizia è doveroso. In questo caso specifico il problema è stato che la prova dell'illecito, cioè la chat, non è stata passata alla polizia, ma ai giornali. E questo non va bene, Prima la polizia, poi, nel caso, i giornali. Seconda cosa. È vero che una chat di poche persone è meno peggio di una chat con migliaia. Ma una chat di poche persone non è un'attenuante, l'illecito c'è tale e quale, è la chat di migliaia che è un'aggravante. Anche nel GDPR ci sono molti punti in cui occorre valutare l'entità del rischio, per decidere per esempio se un data breach va notificato al Garante, o perfino ai media. Questo non toglie che il data breach ci sia a prescindere. Come in questo caso, l'illecita raccolta di fotogrammi dai video di sicurezza, l'illecito c'è a prescindere. Detto questo, facciamo un altro passo: non è che siccome c'è la videosorveglianza il primo pirla che passa se la guarda e raccoglie le figurine. Esiste un elenco di persone, ed è molto ristretto, che hanno la possibilità, in casi molto particolari, di accedere ai video di sorveglianza. E nei posti governati da gente con un cervello, la procedura richiede sempre almeno due persone: tipicamente, un tecnico e un manager, per riesaminare i video. Quindi OK i tramvieri laidi, ma chi gli ha dato accesso ai video ha fatto ancora di peggio, perché gli incaricati della gestione dei video di sicurezza hanno gli stessi obblighi di riservatezza e confidenzialità degli amministratori di sistema, e infatti sono spesso le stesse persone. Io direi che, oltre ai laidi, deve saltare pure la testa di qualcuno nell'area tecnica e qualche manager. Certo, in Italia perfino gli amministratori di sistema delle banche si mettono a ficcare il naso nei conti correnti della gente, figuriamoci in un'azienda di trasporti pubblici. Ma non è un problema. Le leggi esistono, si prende questa gente, si predono i loro superiori che hanno l'obbligo di sorveglianza, si prende la gente che ha fatto gli audit e garantito la compliance, si prendono quelli che hanno approvato un sistema di videosorveglianza dove gli accessi ai video non vengono loggati, o se vengono loggati non vengono auditati e li si accompagna tutti, gentilmente, alla porta. A calci in culo. Perché mi sono anche rotto il cazzo di questa privacy di carta dove per fare una foto della festa di Natale ufficio ci sono moduli in triplo originale, e poi il primo coglione con la password di amministratore fa il cazzo che gli pare. Odissea Weizenbaum, a che punto siamo E veniamo al Weizenbaum. La CEO di Zanichelli mi ha gentilmente risposto che non sono interessati perché il loro target è l'editoria scolastica. Non condivido, ma accetto. Rizzoli, che ho saputo per interposta persona essere potenzialmente interessata, deve trovare il modo di farsi viva e alla svelta, perché non sto seduto ad aspettarli. Quindi se avete dei link, per favore, attivateli. Due gentili professoresse di Pisa mi hanno scritto di avere tentato un'operazione simile due anni fa, ma di non essere riuscite a contattare gli eredi detentori dei diritti, quindi non se ne è fatto niente. Ci sarebbe una procedura per i titoli fuori catalogo da oltre dieci anni, ma richiede l'intervento di una biblioteca e almeno otto mesi di tempo. A questo punto, chiedo di nuovo l'aiuto da casa: riusciamo a raggiungere la figlia di Weizenbaum? In alternativa, conosciamo qualcuno al Weizenbaum Institut di Berlino che magari possa metterci in contatto con chi detiene i diritti? Perché gli ho scritto due volte e devono ancora rispondermi. Alla peggio, sto anche provando a contattare Penguin, che aveva i diritti dell'edizione inglese da cui è stata fatta la traduzione. Chiedere qualsiasi cosa a degli inglesi mi dà fastidio, ma è per una buona causa e mi turo il naso. Resta il fatto che se non si riesce a trovare una maniera cristiana per resuscitare un libro fuori catalogo da 35 anni, ce lo rimettiamo a forza, in stampa. Sarà un'estate di lotta.
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LLM contro giornalismo, il caso di uno scandalo tedesco.
Ascolta l'episodio su Spreaker.com Qualche giorno fa mi ha divertito leggere di quello che qui in Germania è uno scandalo: si è scoperto che l'ex editore e caporedattore e ora opinionista del Tagesspiel di Berlino, tale Carl-Andreas Casdorff, ha usato l'"Intelligenza Artificiale" per scrivere i suoi pezzi d'opinione. Non ridete, qui in Germania non hanno quelli del Foglio, e la professione giornalistica ha ancora una certa dignità , almeno per ora. (A proposito, come va il Foglio AI? Hanno già decuplicato le copie e decimato i costi?) Ad ogni modo, scoperta la cosa la direzione del Tagesspiel ha rimosso dal sito l'articolo incriminato e altri sospetti mentre indagano, sospendendo temporaneamente l'opinionista che ha fatto il doveroso mea culpa: «Ho commesso un errore madornale, danneggiando la reputazione della testata e la mia. Per questo porgo le mie più sincere scuse. Nei testi ho utilizzato l’"Intelligenza Artificiale". Avrei dovuto chiarirlo e, di conseguenza, non avrei dovuto consentirne la pubblicazione». dw.com, 21 giugno 2026 Casdorff evidentemente incarna lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, perché negli stessi giorni un'altra testata, la Frankfürter Allgemeine Zeitung (FAZ) di Francoforte, ha rimosso dal sito il corsivo rilasciato da premier della Turingia, anche quello scritto con la cosiddetta "Intelligenza Artificiale", cioè con un modello linguistico. E siccome in Italia siamo cialtroni mentre in Germania sì che sono gente seria, sulla questione è sceso in campo nientemeno che Mathias Döpfner, il CEO di Axel Springer. Il quale buontempone, per stigmatizzare la decisione della FAZ, non ha trovato di meglio che chiedere anche lui a un modello linguistico un commento polemico che accusava la FAZ di rifiutare le tecnologie moderne, e paragonava la loro decisione a "un tentativo disperato della lobby delle carrozze per proibire le automobili". Sono sicuro che Herr Döpfner pensa di essere molto furbo e intelligente, e infatti fa il CEO. Io però penso che si tratti solo di un sussiegoso imbecille, e che nello specifico, la sua profondità di analisi sulla questione tecnologica è inferiore a quella reperibile in un ragazzo del liceo. Il cosiddetto "rifiuto delle nuove tecnologie" è l'argomento del padronato dall'invenzione del telaio a vapore, e dopo secoli come argomento è ancora una cagata pazzesca. Il punto è che nessuno "rifiuta" (si sentono le virgolette?) le nuove tecnologie, per il semplice fatto che l'accettazione di una tecnologia è una scelta sociale, senza nessuna inevitabilità. La storia è piena di tecnologie che come società abbiamo semplicemente scelto di scartare. La schiavitù, il lavoro minorile, la servitù debitoria come quelli di Downton Abbey, l'amianto, le armi chimiche, le mine antiuomo, la sorveglianza indiscriminata, certi farmaci, penso al talidomide, certi diserbanti, certe modifiche genetiche negli alimenti, negli animali e nell'uomo… La questione della inevitabilità di certe tecnologie, il "questo è il futuro, adeguatevi o estinguetevi" nasce dall'incontro fra il libertarismo degli anni '60 statunitensi, e il libertarismo capitalista, quella che è stata battezzata "ideologia californiana". Per una dimostrazione rapida di quello che sto dicendo, potete semplicemente ricordare che gli stessi argomenti (e spesso le stesse persone) che oggi sostengono l'inevitabilità dei modelli linguistici spacciati per "Intelligenza Artificiale" soltanto ieri venivano usati paro paro per dire che era inevitabile il Metaverso. E l'altro ieri venivano usati per la blockchain. O, se volete fare gli sciccosi, potete rispolverare un Keynes d'annata (1930) e la sua previsione che la settimana lavorativa nel 2030 sarebbe stata di 15 ore. Chi la mena con "il futuro sarà così e cosà", vuole soltanto vendere qualcosa, non foss'altro che se stesso come "futurologo". Che poi è solo un astrologo meno fantasioso, ma è pur sempre meglio che lavorare. A questo punto entra in gioco anche una ricercatrice, Vera Katzenberger dell'università di Lipsia, che dice che il caso di Casdorff è importante perché fa vacillaree la fiducia nel giornalismo; il pubblico legge i giornali per l'esperienza o le prospettive di certi autori, e se i corsivi sono generati dall'"Intelligenza Artificiale", c'è un'interferenza nel modo in cui si forma la pubblica opinione; il pubblico potrebbe sentirsi ingannato. E fin qui non ho niente da dire, ma poi la Katzenberger specifica: Questo è un problema perché l'"Intelligenza Artificiale" non ha valori, non ha posizioni politiche, e non ha senso di responsabilità. (ibid.) Eh no. Uno su tre, da una ricercatrice ci aspettiamo di più. Come sempre, il problema è il linguaggio con cui parliamo della cosidetta "Intelligenza Artificiale". Intanto è sbagliato e controproducente chiamarla così, noi stiamo parlando di modelli linguistici, cioè di motori statistici per la generazione di testi plausibili. O, se vogliamo usare la mia nomenclatura preferita, stiamo parlando di generatori di stronzate. Che i testi siano plausibili non toglie niente al fatto che sono testi generati tirando dei dadi. E poi ci si ostina a usare un linguaggio antropomorfico, a parlare dei modelli linguistici come se stessimo parlando di persone. Un modello linguistico, che è un programma, non "ha" caratteristiche nel senso in cui le ha un essere umano, o un qualunque essere vivente, che possa è solo il delirio di quelli che fanno della tecnologia una religione; e dei pubblicitari, che ti dicono che il frigorifero, il deodorante o la berlina che devono vendere ha un "carattere". Un modello linguistico al massimo può esibire dei bias nel modo in cui avviene la generazione del contenuto, se il bias è presente nei dati di addestramento o è fornito esplicitamente come istruzione (i cosiddetti"guardrail" non sono altro che indirizzamenti preferenziali dei risultati del motore). Una piccola spiegazione tecnica. I modelli linguistici sono una applicazione delle tecniche chiamate di "machine learning": a un programma vengono forniti dei dati e il programma "apprende" (si sentono le virgolette?) cioè individua relazioni ricorrenti fra quei dati. Fornite dieci milioni di foto di gatti al machine learning, e il programma riesce a individuare se c'è un gatto in una nuova. Il programma ha capito cosa sia un gatto? Certo che no. Sa soltanto come sono distribuiti i colori e le forme nelle foto di gatti che ha visto. Fornite una nuova foto, e il programma dirà se la foto contiene un gatto. A volte la risposta sarà corretta. Fornite qualche al programma qualche miliardo di pagine scritte, e il programma ricostruisce dagli esempi che riceve le regole che governano la costruzione di frasi di senso compiuto. Il programma ha imparato a parlare e a rispondere? No. Ma ha analizzato abbastanza domande e risposte da poter costruire una frase di risposta quando gli date una frase di domanda. A volte, la frase di risposta è di senso compiuto, e a volte è addirittura giusta. Il programma esegue le stesse istruzioni, sia per fornire una risposta che noi riconosciamo come giusta, sia per una risposta che noi riconosciamo come sbagliata. Nel programma non c'è alcuna conoscenza, o modello del mondo, o vincolo di realtà. Il programma genera frasi, è l'utente che le valuta rispetto alla realtà. Quindi sì, ovvio che il programma non ha alcun senso di responsabilità, il programma vede solo le correlazioni fra le parole della lingua che parliamo, e il senso di responsabilità non è lì più di quanto sia in una moneta lanciata o in una pallina della roulette, che pure, se prendiamo per buoni i ragionamenti dei techbro, anche loro decidono cose. Un altro piccolo intermezzo tecnico. Il Machine Learning funziona. Ma la qualità del suo funzionamento si basa sulla qualità dei dati di input. Il vecchio adagio "Garbage In, Garbage Out" vale per i modelli linguistici di oggi come per i programmi FORTRAN o COBOL di sessant'anni fa. Prima di creare DataKnightmare, per un breve periodo ho pensato di poter fare Data Science. E quindi avevo creato la mia metodologia che avevo chiamato Ottuplice Via alla Data Science, sulla falsariga dell'ottuplice via per la virtù nel Buddismo. I primi tre passi erano: corretta scelta delle fonti, cioè da dove raccogliamo i daticorretta raccolta dei dati, cioè quali dati prendiamo fra quelli disponibilicorretta validazione dei dati raccolti, cioè controllare che i dati siano nel formato richiesto e abbiano i valori che ci aspettiamo. Per dire, una data è una data, ma giorno-mese-anno o mese-giorno-anno o anno-mese-giorno? Ora, il punto era semplice. Non basta prendere dei dati. Occorre sapere che dati sono, come sono stati raccolti, occorre controllare eventuali errori o parzialità nella raccolta. Questo è il motivo per cui ho mollato la Data Science: io parlavo di una disciplina, i dirigenti dicevano "boh, abbiamo questi dati, cerchiamo di farci qualcosa, e già che ci siamo facciamo in modo che questo qualcosa ci dica quello che vogliamo sentire". Perché è facile dire che l'azienda è data driven, ma se il dirigente dice una cosa e la statistica dice l'opposto, che figura ci fa il dirigente? Io vedevo i dati come strumento di indagine della realtà e guida nelle decisioni. I dirigenti vedevano qualcosa con cui giustificare le proprie decisioni ammantandole di una oggettività che non avevano. Detta come va detta: la quasi totalità degli archivi aziendali non vale assolutamente nulla ma può essere usato per giustificare una cosa o il suo opposto, per il fatto che non c'è alcun controllo sulla qualità dei dati raccolti. A questo punto cosa possiamo dire dei modelli linguistici come applicazione del Machine Learning? Il loro input è indiscriminatamente tutto il testo, di qualsiasi tipo, reperibile su Internet. E su Internet sappiamo che c'è tutto e il contrario di tutto. Ma non in parti uguali. Ci sono materiali dettagliati, precisi, rigorosi, per produrre i quali qualcuno ha studiato e lavorato per anni. E ci sono stupidate, cose volutamente finte, teorie della cospirazione, deliri, forum di sciroccati e neonazisti, cose che mi ha detto mio cuggino che lui ne capisce, eccetera eccetera. Queste ultime sono enormemente più diffuse rispetto ai primi, ma il modello linguistico ingurgita tutto senza distinguere, e poi fa la media. Anche senza essere esperti di qualità dei dati, che livello di qualità avrà il risultato? Quando dico che i modelli linguistici sono l'applicazione più stupida e bruta del machine learning, intendo questo. Quello a cui vi rivolgete cercando risposte per la vostra vita, per la vostra salute, per il vostro lavoro e che chiamate "Intelligenza Artificiale" perché di quello vi hanno detto che si tratta, non è altro che la media pesata di tutto quello, fiori e merda, che si trova su internet, frullata, dolcificata, colorata del vostro colore, e impiattata, e voi ve la mangiate come se fosse una prelibatezza. Non sto dicendo che siete stupidi, sto dicendo che vi hanno preso per il culo e vogliono continuare a farlo ma a pagamento. Potete anche smettere di dargli retta. OK, scusate la digressione ma le cose vanno capite, ora torniamo a bomba. La ricercatrice di Lipsia ci dice che il problema è che: ...l'"Intelligenza Artificiale" non ha valori, non ha posizioni politiche, e non ha senso di responsabilità. (ibid.) Abbiamo capito che "Intelligenza Artificiale" è un nome fuorviante, ma comunque la sola traccia di "senso di responsabilità" in un modello linguistico possono essere al massimo (dico al massimo perché poi esiste Grok) le cosiddette "guardrails", quelle istruzioni a posteriori che dovrebbero (il condizionale ipotetico è d'obbligo) impedire che il modello linguistico vi spieghi come produrre un'arma chimica o si metta a fare discorsi neonazisti. Sappiamo benissimo che i guardrail funzionano solo nella mente di chi deve venderli, perché vanno contro al fatto ineludibile che un motore statistico funzionerà come un motore statistico anche se gli diciamo di non farlo. I "guardrail" sono come scrivere "non uscire" su cinque facce di un dado e sperare che grazie a questo esca sempre la sesta. Davvero, è questo che vi stanno vendendo. E i valori, e le posizioni politiche? Quelli rifletteranno i dati di input, e quindi saranno fortemente a favore dei valori e delle posizioni numericamente più ripetute, giuste o sbagliate che siano. Aprite instagram o qualsiasi social e fatevi iun'idea. Come ciliegina sulla torta, poi, c'è sempre la possibilità che il padrone del modello linguistico metta degli altri "guardrail" a difesa dei valori e delle posizioni politiche che preferisce, o che gli fanno comodo. E naturalmente non è tenuto a farne parola con chicchessia. Ecco. Per come la vedo io, il problema non è che il modello linguistico non ha valori o posizioni politiche. Il modello linguistico riflette come minimo i valori e le posizioni più presenti in rete, e già quello è un problema. E magari ha anche qualche ulteriore aiutino. Considerare uno strumento del genere come politicamente neutro è pura follia. E non basta. Perché c'è già uno studio che mostra come anche solo usandolo per una stesura iniziale, il modello linguistico influenza il linguaggio che comparirà nella versione finale, sia dal punto di vista stilistico, che di vocabolario, che di contenuti. Un corsivista che si lascia imboccare dal modello linguistico foss'anche solo per fare brainstorming o per usarlo come userebbe un ascoltatore umano, sta accettando di essere condotto, lentamente ma inesorabilmente, nel migliore dei casi verso valori e posizioni medi accettabili, e nel peggiore, verso valori e posizioni preferiti dal padrone del modello linguistico. Gaslighting as a Service, ma che bella idea. Il modello linguistico non si stanca mai, parla e risponde come una persona, e noi ci siamo evoluti per ascoltare le persone, non per trattarle come oggetti. Quindi quando il modello ti mette di fronte a un argomento che magari non avresti mai usato, tu non rifiuti a priori, lo giri e lo rigiri, cambi un po' lo stile e magari te lo fai andare bene. In altre parole hai deciso cosa pensi con un lancio di dadi, magari pure truccati. Non mi piace dire cose ovvie, ma c'è questa bella citazione da Dune, di Frank Herbert: Un tempo, gli uomini affidarono alle macchine il compito di pensare per loro nella speranza che ciò li rendesse liberi. Ma ciò permise solo ad altri uomini che possedevano le macchine di ridurli in schiavitù. Compite un atto rivoluzionario: pensateci.
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Per quanto corrotta e stupida la corte, i cantori non mancano mai.
Ascolta l'episodio su Spreaker.com Ho letto con una certa fatica una breve intervista sul Sole24Ore a firma di Roberto Manzocco, segnalatami dall'implacabile Daniele. Inizialmente avevo desistito, non tanto perché avevo 32 gradi in casa, ma per l'incipit: I dati personali sono il nuovo petrolio. Che è sempre stata una stronzata sesquipedale, ma nella mia ingenuità pensavo che dopo dopo dieci anni che ne parliamo e che tutti vedono con i loro occhi che interessi serve, pensavo fosse almeno passata silenziosamente nel dimenticatoio degli AI bro. E invece no, perché arriva il fenomeno che si mette a fare discorsi come se fossimo a Dicembre 2022, avessero lanciato chatGPT ieri, e non ci avessero già strinato i cabbasisi a suon di puttanate. Parliamo del prof. Stefan Lorenz Sorgner, filosofo transumanista che insegna alla John Cabot University a Roma. Come già Cesare ragazzi, anche Sorgner ha avuto un'idea meravigliosa: i problemi dell'Europa derivano dal fatto che non fa come gli USA e la Cina. Ascoltate: “Per addestrare un’IA affidabile, abbiamo bisogno di raccolte strutturate ed esaurienti di dati digitali reali e personalizzati. Se le persone possono scegliere di non partecipare, il bacino di dati diventa frammentato e distorto, rendendolo inutile per ottenere informazioni cruciali". Io direi che qualcuno deve prima dimostrare che addestrare un'IA affidabile, qualsiasi cosa ciò significhi, sia un obiettivo necessario o almeno desiderabile. Abbiamo detto mille volte che Intelligenza Artificiale è un termine di marketing che vuol dire tutto e niente. E occhio, non lo dico io. John McCarthy, che il termine lo ha inventato, ha detto di averlo scelto proprio perché lo considerava ideale per attrarre fondi di ricerca. Seconda cosa, le caratteristiche della raccolta dei dati dipendono dall'obiettivo che si ha. "Raccogliamo tutti i dati, poi vediamo quali ci servono" non è solo lo slogan degli AI bro, ma anche quello dei loro eterni finanziatori nell'intelligence e nella Difesa statunitensi. Ipotizzare a priori una raccolta universale di dati addirittura biometrici, per di più obbligatoria, significa non avere idea della pericolosità intrinseca di qualsiasi raccolta di dati, soprattutto quando non ha vincoli precisi. E naturalmente, se arriva un altro fenomeno a dire "eh no, ma si dice prima a cosa serve la raccolta e poi li si usa olo per quello", complimenti genio, hai citato il GDPR. Ma andiamo avanti con l'intervista di Manzocco, che sintetizza: I dati digitali guidano il progresso del XXI secolo in tre aree fondamentali: la ricerca scientifica, l’elaborazione di politiche basate su dati concreti e l’ingegneria, in particolare l’IA medica. Per addestrare l’IA a individuare anche le patologie più rare, un set di dati completo è imprescindibile.” (Manzocco, 2026) Di nuovo, siamo di fronte a ipotesi, di moda finché volete ma tutte da dimostrare; come è da dimostrare che queste ipotesi richiedano necessariamente la raccolta universale e obbligatoria di cui parlava Sorgner poco fa. Perché il passaggio logico mi manca tanto quanto la fondatezza delle ipotesi. Riguardo alla ricerca scientifica, per dirne una, il vaccino per il COVID lo hanno fatto a Cambridge e in Germania, non negli USA. E lo hanno realizzato facendo ricerca, non tritando dati personali. Fin qui è tutta fuffa Andiamo avanti. Se l’Ue - continua Sorgner - vuole rimanere competitiva, dobbiamo abbandonare il GDPR… Eccolo là, il famoso GDPR che limita le imprese e frena lo sviluppo, l'argomento preferito degli algopirla e di quelli che non sanno di cosa parlano. È molto divertente, perché è un argomento mutante. Ogni volta che chiedi spiegazioni ti fanno un esempio generico, tu lo smonti, e loro, "no, ma anche". E il registro dei trattamenti non va bene. Ma anche le informative non vanno bene. Ma anche la necessità del consenso non va bene. Ma anche la minimizzazione non va bene. Ma anche le misure di sicurezza non vanno bene. Abbiate il coraggio di dirlo chiaramente: vi rompe il cazzo dover fare qualsiasi cosa che non sia cercare il vostro profitto individuale. Abbiate il coraggio di ammetterlo, il vostro ideale di industria è quella dell'Ottocento, sessanta ore la settimana e operai di dodici anni. Andiamo avanti. Nel XXI secolo, i dati digitali personalizzati e, in particolare i dati biometrici, sono la nuova moneta del benessere pubblico Sai che novità, è uno slogan del 2006, ed è una stupidata in qualsiasi modo lo giri, funziona solo come messaggio di marketing. Da un professore mi aspetterei di più. Ma di nuovo Sorgner: «La mia proposta è un Contratto Sociale sui Dati: i cittadini forniscono i propri dati biometrici a un sistema centralizzato e governato democraticamente. In cambio, lo Stato garantisce “libertà positive”, come un sistema sanitario universale e iper-personalizzato, l’accesso a tecnologie mediche all’avanguardia e una maggiore durata della vita in buona salute. La condivisione dei dati biometrici deve diventare un dovere civico». Fatemi capire, lo Stato incamera i dati di tutti, a ciclo continuo, e tutti vivranno felici e contenti? Cosa ci impedisce di vivere felici e contenti finanziando lo stato sociale senza questo nuovo Contratto Sociale sui Dati: le ipotesi non dimostrate di cui abbiamo parlato prima? Che meraviglioso ragionamento circolare. Questa idea meravigliosa Sorgner la chiama Euro-transumanesimo. Che è diverso dal transumanesimo perché dovrebbe avere luogo in Europa. È una differenza sostanziale. Chi mi segue ormai sa che quando uno arriva e ti dice che i dati sono il nuovo petrolio lo stronzatometro ha un picco. Ma Sorgner non si limita a questo, che sarebbe solo uno slogan vecchio di vent'anni e dimostrato falso un'infinità di volte. No, lui, in quanto filosofo, fa un ragionamento. Sto usando questa parola nell'accezione più ampia possibil, perché state sentendo, di che calibro è il ragionamento. Dice Sorgner, adesso noi cediamo i dati personali a Google in cambio di una mail gratuita, sai che roba. Invece, cito in un quadro democratico, la raccolta dei dati sarebbe obbligatoria, ma in cambio i cittadini otterrebbero una trasparenza assoluta… Non so in quale armadio abbia vissuto il professore negli ultimi otto anni, ma la trasparenza sull'utilizzo dei propri dati personali è garantita proprio da quel GDPR che lui vorrebbe abbandonare. Se c'è qualcosa del GDPR che lascia a desiderare, è la sua applicazione da parte delle autorità Garanti, che operano a macchia di leopardo, si lasciano trascinare per anni e alla fine applicano ai giganti del digitale sanzioni del tutto inefficaci. Ecco, questo è qualcosa che potremmo abbandonare, non certo i principi del GDPR, che vengono copiati in tutto il mondo (meno negli USA, ma perché lì i diritti umani si limitano al diritto del consumatore, e poi ora sono troppo occupati a diventare una plutocrazia fascistoide). Andiamo avanti. Sintetizza Manzocco: Trattando i dati come una tassa pubblica elaborata da algoritmi incorruttibili piuttosto che da attori umani facilmente compromettibili, ci assicureremmo che l'IA sia addestrata sul mondo reale di tutti i cittadini. Di nuovo, su quale pianeta vive il professor Sorgner? Ah già, insegna a Roma, e allora cosa si fuma, e soprattutto, perché non la passa? Battute a parte, "algoritmi incorruttibili" è un'idiozia che vive nell'Olimpo delle idiozie, a fianco delle blockchain, dei "contratti software" e del nostro futuro nel Metaverso. Non so, vogliamo parlare dell'incorruttibilità dell'algoritmo che l'altr'anno fece le graduatorie dei precari della scuola? L'incorruttibilità degli algoritmi non appartiene a questo mondo, ma sono sicuro che qualsiasi venditore di algoritmi mi darebbe volentieri torto. L'articolo di Manzocco si chiude in gloria: “Secondo Sorgner dal punto di vista digitale, l’Ue non ha nemmeno raggiunto il Medioevo”… “Poiché la prosperità economica e scientifica dipende ora principalmente dai Big Data, il GDPR ha di fatto danneggiato il vantaggio competitivo dell’Europa.” Mi dispiace vedere una simile quantità di stronzate pubblicata sul Sole, sarà che ci ha lavorato Quintarelli. Quest'ultimo barrage di stronzate non vale nemmeno il fiato per chiamarle per nome. Ma purtroppo, come tutte le stronzate che girano attorno all'Intelligenza Artificiale, fanno un sacco bene alla carriera. Giusto una cosa per chiudere. Il transumanesimo, come l'accelerazionismo, come l'Altruismo Efficace, sono apologetica per plutocrati; gli fornisce scuse acchiappapolli come l'Intelligenza Artificiale Generale e la Singolarità, per ignorare i propri obblighi civici e dedicarsi al proprio tossico interesse personale: come dice Cory Doctorow, non c'è modo di realizzare miliardi senza far male alle persone. E il male alle persone va inteso in senso letterale, perché grattando il transumanesimo scopri l'eugenetica, scopri la scienza della razza, e tutto un armamentario di sterco intellettuale che Sorgner, da tedesco, dovrebbe conoscere bene, e che pensavano fosse possibile consegnare per sempre alle fogne della storia e che invece viene riportato in auge da inutili riccastri ghigliottinabili. Ma c'è sempre quello che, vedendo un inutile riccastro, pensa che suonandogli il mandolino si finisce per cenare in villa.
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Chi finanzia Trump (e Vance) ha bisogno di un potere autoritario per portare avanti la propria agenda. L'ordine mondiale basato sulle regole è finito, e non si torna indietro. Sganciarsi dall'Internet statunitense è necessario, e inevitabile.
DK11x01 - Siamo tutti Autistici/Inventati Ascolta l'episodio su Spreaker.com E allora, come è andata l'estate? Io ho cercato di staccare la testa il più possibile, il che significa poco, fra un paio di magoni personali e quello che succede attorno. Ma almeno mi sono goduto mia figlia, ho respirato molto, sono stato a mollo per ore come un dugongo, e ho mollato un paio di zavorre. E francamente volevo riprendere con un minimo di gradualità, cercare, almeno le prime settimane, di non mettere mano proprio da subito alla mia fidata lista di invocazioni di divinità colpevolmente dimenticate dalla storia. Ma niente, non ce la facciamo. Uno si sveglia una mattina e scopre che Trump ha messo Autistici/Inventati nella lista degli Specially Designated Global Terrorist. Terroristi globali appositamente designati. Sarebbe da dire che non è niente di nuovo, lo sfintere ambulante della Casa Bianca lo ha già fatto con la Corte Penale Internazionale; lo ha fatto con la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese. Ma in effetti, c'è qualcosa di nuovo, perché per mettere sullo stesso piano Francesca Albanese dell'ONU, la Corte Penale Internazionale e Autistici/Inventati occorre essere in preda a delirio maniacale, o avere letame al posto della materia grigia. Trattandosi di Trump, potrebbero essere vere entrambe le cose. Siccome la copertura dei media italiani è stata a dir poco vergognosa, vorrei chiarire un paio di cose. Alora: cosa facevano questi Terroristi Globali Appositamente Designati: ...compivano attentati, omicidi, rapimenti, rapine per autofinanziarsi? No....si organizzavano per la guerriglia? No....organizzavamo campi di ispirazione paramilitare? No....indicevano manifestazioni dove sfilavano in formazione chiusa scandendo slogan antidemocratici? No. E allora che cazzo facevano sti terroristi globali? Offrivano servizi di mail cifrata e hosting di siti Wordpress. In Italia. Come organizzazione di volontariato. Io credo che, a meno di essere sotto acido o completamente dementi, la logica conclusione sia che Autistici/Inventati, con tutta la buona volontà, aveva la caratura internazionale e il profilo di rischio di un circolo ARCI. Ora, la questione interessante non è "perché Trump se la prende con un collettivo di hacktivisti". Lo fa perché può, lo fa perché sa benissimo che basta dire "ma erano rossi" e il suo zoccolo duro di elettori gli dà automaticamente ragione, e lo fa perché a quelli che lo finanziano serve un presidente degli Stati Uniti autoritario per portare avanti la propria agenda millenarista, e non puoi essere autoritario se quello che fai ha legalmente senso. Quindi, Trump se la prende con un'associazione di volontariato per far vedere che può, e Vance intanto si scalda in panchina dicendo in un'intervista che lui fa il lavoro di Dio, e che se questo dovesse portare alla fine dei tempi, a lui sta bene. Non mi interessa discutere di Trump o di Vance. Quello che mi interessa siamo noi, in Italia e in Europa. In Italia, non c'è stato un politico che abbia minimamente alzato la voce: non i fascisti del Terzo Millennio al governo, non il fascista da operetta. I nostri sovranisti celoduristi ammazzasette fanno tanto i maschioni, perlopiù senza accorgersi che sembrano Village People, ma quando vai a stringere sono dei Ken di Barbie. La cosiddetta sinistra, invece, probabilmente sta ancora discutendo se dire davvero Autistici/Inventati, o usare la schwa o l'asterisco. La stampa mainstream, da parte sua, si è limitata a prendere atto. Chi non è stato a guardare, invece, è stata BancaEtica, che una settimana dopo l'Ordine Esecutivo di Trump ha sospeso il conto corrente di Autistici/Inventati, e tre giorni dopo ha invocato la rescissione unilaterale del contratto e ha direttamente sequestrato i fondi. Così, de bbotto e senza senso. A questo punto è utile precisare tre cose: Primo, Trump può fare tutti gli ordini esecutivi che vuole, ma un soggetto italiano che opera in Italia come Banca Etica non è soggetto alla legislazione statunitense;Secondo, la stessa Banca d'Italia spiega sul suo sito che anche se un ente viene inserito nella lista dei soggetti che il Tesoro USA sottopone a sanzioni, questo non costituisce automaticamente un obbligo di sequestro dei fondi, visto che, per l'Italia, fa testo la lista dei soggetti sottoposti a sanzioni finanziarie mantenuta dall'Unità di Informazione Finanziaria della Banca d'Italia.Terzo, Banca Etica giustifica le proprie azioni con l'idea che garantire il servizio a Autistici/Inventati avrebbe potuto mettere a rischio tutti i suoi altri correntisti. Questa, ovviamente, è una stronzata.Quarto, i casi in cui sia stata sanzionata una banca si contano su una mano sola, e in quei casi la banca aveva favorito o coperto transazioni per decine o centinaia di milioni di euro. Non solo ma, a eccezione di una o due banche che erano a tutti gli effetti il braccio finanziario di una vera organizzazione terroristica, la banca se l'è sempre cavata con una multa. Quindi, il management di BancaEtica ha semplicemente dimostrato di avere la statura etica di un verme, e spero che faccia la fine che merita. E adesso parliamo un po' di noi. Il caso di Francesca Albanese e della Corte Penale Internazionale hanno già portato un certo numero di Paesi europei a concludere che ogni infrastruttura in mano agli Stati Uniti è un rischio. Le migrazioni di intere pubbliche amministrazioni da Windows a Linux, e da Microsoft Office a suite di software libero si stanno moltiplicando senza fare troppo rumore, ma quest'ultima uscita trumpiana dovrebbe fare svegliare proprio tutti. Perché l'ordine esecutivo di Trump dice tre cose: primo, se Autistici/Inventati può essere messo in una lista di terroristi internazionali senza che la Casa Bianca crolli per le risate del pubblico, allora chiunque può essere il prossimo, non importa che abbia un senso; siamo tutti Autistici/Inventati;secondo, il nostro sistema finanziario non può dipendere dalle bizze del presidente USA di turno;e terzo, il sistema internazionale basato sulle regole, se qualcuno ancora ci credeva, è morto e sepolto, e questo significa che la posizione standard dell'Europa non può più essere azzerbinarsi agli Stati Uniti. Se questo, incidentalmente, significa buttare a mare la Von der Leyen e la sua Commissione di servi, a me, come direbbe Vance, sta bene. Che poi, se proprio vogliamo dirla tutta, Trump non ha nemmeno bisogno di etichettare qualcuno come terrorista: basta che si svegli storto e decida che l'azienda aeronautica canadese Bombardier non può più vendere negli USA se non produce negli USA, anche se Bombardier ha fabbriche in undici Stati USA e i suoi aerei montano motori made in USA. Quindi occorre che, in ritardo di vent'anni ma camminando spediti, le nostre aziende comincino a prepararsi, perché ormai anche i sassi dovrebbero avere chiaro che non si torna più indietro. L'Europa, intesa come Stati, aziende e cittadini, deve mettere in sicurezza per prima cosa il proprio sistema interbancario di pagamenti: ormai, dipendere da VISA e MasterCard è un rischio; e bisogna anche mettere in sicurezza SWIFT, che è di diritto belga, dalle ingerenze statunitensi. Poi occorre riconoscere il cloud USA per l'idea colonialista che è sempre stata. Sono dieci anni che ripeto che il CLOUD Act significa che nessuna azienda USA può garantire la riservatezza dei dati. Adesso, finalmente, non sono più la sola voce nel deserto. Ma i dati delle nostra aziende, delle nostre scuole, delle nostre PA, sono ancora in mano a Microsoft, Google, e Amazon, grazie anche a Renzi che ha affidato a un direttore vendite di Amazon in aspettativa nientemeno che la digitalizzazione del Paese. Una volta che i fondamentali sono in sicurezza, occorre sganciarsi dall'Internet statunitense: i registri dei domini .com, .org, .net sono tutti sotto controllo statunitense, i siti possono essere oscurati in 48 ore e, come abbiamo visto, per qualsiasi idiozia. Quindi, migrare sui domini nazionali, se poi vuole una dimensione sovranazionale si prende un .eu. Poi lo zoccolo duro: sistemi operativi e suite d'ufficio. Qui si farà fatica, perché dopo trent'anni la gente non sa più "usare un compupter", sa dove fare clic in Windows e Office. Ma se la Francia può migrare l'intera pubblica amministrazione su Linux e fornitori non statunitensi, allora può farlo chiunque. Certo, occorre sapere cosa si sta facendo. Ma forse, a cercare bene, c'è ancora qualcuno che riesce a parlare senza chiedere prima cosa dire a chatGPT. E le aziende? Beh, loro sono i campioni della libera iniziativa, no? Decidano. Il tempo delle discussioni sulla sovranità digitale è passato. Ora è il momento di costruirla, e non significa mettersi a creare "un Google e un Amazon, ma europei": un modello oligopolistico è comunque fragile. In Europa dobbiamo avere decine di fornitori, per creare un reale mercato, e fornitori interoperabili, per garantirne la resilienza sistemica. ...e un'altra cosa... Come vi avevo promesso a Luglio, è stata un'estate di lotta. Ma non tutte le battaglie si vincono, e la meravigliosa legislazione italiana sul diritto d'autore ha vinto quella per portare la ristampa del Weizenbaum al Linux Day di Pordenone il 24 ottobre. Non ci sarà nessuna ristampa per Ottobre. In un'industria che vive della gestione dei diritti altrui, apparentemente la domanda più difficile è chiedere chi detiene i diritti di qualcosa. Da Pasqua in poi abbiamo scoperto che i diritti sul Weizenbaum non li ha Macmillan, non li ha Penguin UK, non li ha Penguin Italia. Uno di voi ci ha dato dei possibili contatti con i figli di Weizenbaum, tutti in America, ma una rapida indagine ha rilevato che l'opera non è nel database USA delle opere soggette a diritto d'autore. Abbiamo provato anche con Suhrkamp Verlag a Berlino, che ha i diritti dell'edizione tedesca, ma loro apparentemente sono troppo cool per avere un ufficio diritti, e si appoggiano a una piattaforma particolare che al confronto l'INPS è un fulgido esempio di user experience. A questo punto eravamo praticamente pronti per andare in stampa con un'edizione "sociale" senza fini di lucro, quando l'avvocato che ci aiutava si è accorto che non basta fare ricerche in buona fede per trovare chi abbia i diritti; non basta, non trovando nessuno, fare un'operazione no profit e impegnarsi per iscritto a tenere da parte i profitti per chi eventualmente abbia titolo a richiederli, non sia mai. No, si rischia pure il penale. Quindi? Quindi 50% li mortacci loro e 50% tiremm'innanz. Abbiamo avviato le procedure per la riedizione di un'opera orfana, il che però richiede l'intervento di una biblioteca pubblica e una procedura lentissima che prevede anche 60 giorni di preavviso al Ministero, manco fosse un matrimonio. Ringrazio le professoresse Maria Chiara Pievatolo, e Daniela Tafani, dell'Università di Siena, che hanno condiviso con noi l'esperienza di avere provato, anche loro fallendo, a fare la stessa cosa anni fa, e che ci guidano nei meandri della procedura ministeriale. Il che ci porterà, con ogni probabilità, alla tarda primavera 2027. Ma il 60mo di ELIZA e il 50mo del libro cadono quest'anno. E quindi a Pordenone ci sarà in carta e epub una specie di "guida alla lettura" con i miei commenti ai passaggi più attuali, senza citare, dio non voglia, più del 15% del materiale originale, che sennò poi Gesù piange. Giuro che il primo editore che sento lamentarsi della vita grama che fanno, gli insulto sette generazioni di avi. La battaglia continua, e a Ottobre vedremo una luce in fondo al tunnel, e non sarà un treno. Questo era DataKnightmare. Io sono Walter Vannini, la voce che nessun modello ha generato è di Alessia Racci Chini. Per oggi è tutto, alla prossima.
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· 1w ago
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The "AI" comes up with a scenario in which a Chinese cargo ship is transporting nuclear technology to the Middle East, and the Navy SEALs stop it just in time. The Pentagon wants models with “minimal rejection rates”, that is, plausibility generators. All signs point to the "AI" pulling our leg.
Dumbed down by "AI" Last week, I had the opportunity to explain language models (what they are and aren't) to the Venetian Criminal Bar Association, and it was energizing to see first their amazement and then almost a sense of relief at a presentation on “Artificial Intelligence that was different from what you see in the media. And God knows we need it. Every morning you open the newspapers and get hit in the face with a new bucketful of bullshit. I was still on my way home on Sunday when I read this gem on Ars Technica: According to a CNN report, the United States narrowly avoided boarding a Chinese ship based on a “completely false” U.S. intelligence report generated with the help of artificial intelligence tools. This erroneous information, presented by an analyst from U.S. Special Operations Command, suggested that the Chinese ship was transporting components for a nuclear weapons program through the Middle East, according to “four sources familiar with the incident” cited by CNN. The U.S. military was preparing to intercept and board the ship, with air support, before officials discovered that a chatbot used to generate the report had “misidentified the material being transported by the ship.” One source told CNN that the AI-induced fiasco “nearly sparked a war.” Let’s not even begin to ask what the hell kind of legal right the United States would have had anyway, had the news been true, because by now I think it’s clear to everyone that international law depends on who’s involved: it applies to the invader Putin but not to the genocidal invader Netanyahu; it is despotic and criminal to threaten Taiwan but it's OK to attack Iran and strangle Cuba. So let’s not even bring up the mysterious issue of legality, let’s save ourselves the trouble. Instead, let’s focus on the facts we do know. OK, some guy submitted a report generated by “artificial intelligence” that was full of nonsense. So far, nothing unusual. What is unusual is that he didn’t submit it to a school district or a county planning subcommittee. He submitted it to the fucking U.S. Special Operations Command—the one that, since 2001, has been coordinating elite troops from all branches of the military, building operations plans on the NSA’s budget, and is essentially an extension of the CIA. The fact that an analyst could have submitted a “completely false” (not my words) report, that the report moved up the chain of command, was transformed into an operational plan, and that the operational plan was approved only to be blocked at the last moment is not an “artificial intelligence error.” It is the complete failure of the chain of command of the most sophisticated branch of the world’s leading military apparatus. It’s the CIA getting caught with its pants down since 9/11. Again. In a normal world, the entire chain of command that managed that operation (all the way up to the four-star general at the top) would be rounded up and composted. But not in the world we live in. I don’t know about you, but I’m worried. Because to err is human, but there’s nothing human about this error. This is the classic mistake of an organization made completely idiotic by the narrative of “Artificial Intelligence”. Here we have the analyst who didn’t double-check, his superiors who didn’t verify, and every level of decision-making simply settling on a conclusion they like and pushing it forward. dsf Professor Quattrociocchi of Sapienza University in Rome calls it “epistemy”: mistaking fluency and plausibility with accuracy and dependability. Which is, after all, the selling point of "Artificial Intelligence” in the form of language models. Because yes, there’s the fine print and the contractual clauses that tell you that “Artificial Intelligence” can make mistakes and that you have to double-check. But these are warnings for the rank-and-file. The message to managers is “more, faster, with less discussion.” (And likely less staff altogether.) You say, “Oh, come on, you’re really dragging this out.” Sure. Because I’m putting the pieces together, and the picture that emerges is terrifying. A few days before this news broke, I’d noted this other story: The Department of Defense has asked OpenAI to provide the U.S. military with a special version of its “artificial intelligence” technology designed to reject the Pentagon’s requests as infrequently as possible, according to documents obtained by The Intercept.The desire for a customized AI tool with “minimal rejection rates” (Pentagon's own word choice) when responding to Pentagon commands emerged from files provided to The Intercept as part of a lawsuit filed under the Freedom of Information Act seeking information on secret agreements between the military and AI companies. I’ll spare you the drama of OpenAI claiming that the text was a draft that doesn’t appear in the final version, and the Pentagon saying “There may be some discrepancies or inconsistencies between the information obtained via FOIA, what actually exists, and what constitutes an executed contract in and of itself” because they’re clearly trying to take us for fools, given that The Intercept’s request explicitly referred only to final documents, excluding any draft versions by definition. Now, according to the AI “experts,” “minimum rejection rates” apparently refer to systems almost entirely devoid of the famous “guardrails,” which are supposed to prevent illicit uses. We saw these guardrails in action two weeks ago with the OpenAI/HuggingFace case: they work so well that Altman, Amodei, and Musk agree that development needs to be slowed down because AI is slipping through their fingers everywhere. None of this is, of course, true: the HuggingFace case is a very run-of-the-mill example of a poorly designed and even more poorly controlled experiment. Talking about AI “breaking out of its containment” is like saying that the milk I put on the stove autonomously decided to spill out of the pot while I was taking a shower and make a mess of my kitchen. Calls to “slow down” are just a ploy by those who’ve always been in the red to get listed on the stock market just before the bubble bursts. The guardrails are plain to see in Claude’s code: they’re pathetic pleas to “not hallucinate” and “check the results,” which the program interprets statistically, just like anything else; and anyway, two hours after a new model is released, the forums are full of detailed instructions on how to bypass them. So, in my opinion, the American AI “experts” aren’t telling us the whole truth. Also because they are, practically all of them, former managers or former researchers at OpenAI and Anthropic, raised on the millenarian narrative of the singularity, who have discovered that spending their days spinning mental scenarios and sowing terror about the Great Artificial Intelligence soon to come, in front of a complacent press, beats working by a mile. These are people who wouldn’t be able to clean the chalkboards in a school. But let’s not digress. According to the US brainiacs, as we said, “minimum rejection rates” would be a model without guardrails. To me, frankly, it sounds like a fairy tale for the simple-minded, given that forums are full of instructions on how to bypass or even disable guardrails. But to the powers that be, the public is always made of simpletons. I, on the other hand, believe that “minimum rejection rates” actually refers to something different, more in line with the narrative that has captured the imagination of every manager since the release of the first ChatGPT. I believe the “rejection” being discussed isn’t that of the machine, but that of the manager. I believe the Pentagon wants Reason, the program imagined by Douglas Adams in the book Dirk Gently’s Holistic Detective Agency. I already told you about it, but it’s worth repeating because, in my opinion, the collision between reality and fantasy is now perfect. Listen to how Adams describes it: “…several programs have already been written that help make decisions by correctly organizing and analyzing all the relevant facts, so that these naturally lead to the right decision. The disadvantage of these programs is that the decision to which all the correctly organized and analyzed facts lead is not necessarily the one you want.” “…the great insight […] was to design a program that would allow you to specify in advance which decision you wanted to make and only then provide it with all the facts. The program’s task—which it performed flawlessly—was simply to construct a plausible series of logical steps to connect the premises to the conclusion.” “And I must say it worked like a charm. Gordon managed to buy himself a Porsche almost immediately, even though he was completely broke and a hopeless driver. Not even his bank manager could find any flaws in his reasoning. Not even when Gordon wrecked it three weeks later. ...The entire project was purchased, lock, stock, and barrel, by the Pentagon. The deal put WayForward on a very solid financial footing. Its moral foundation, on the other hand, isn’t something I’d rely on too heavily.” Here’s the thing. In my opinion, the Pentagon doesn’t want a “guardrail-free” model: people capable of blowing up an elementary school in Iran and killing more than a hundred schoolgirls on the first day of an illegal war certainly aren’t worried about the qualms that the wimps at OpenAI might have. No, in my opinion, the Pentagon sees language models for what they are sold behind the curtain: as plausibility generators. A language model can generate arguments so convincing, and so detailed, that it can wear down any reviewer, whether through time-saturation or sheer exhaustion. And a tool like that gives those paid to make decisions what they want most: the ability to decide without any objections. Because let’s face it, if you really have to consider all the data, you don’t have much room to maneuver. It’s no coincidence that one of the mantras of data science is that data naturally leads to a decision. But if you’ve fought your whole life to finally be in command, the decision must be yours, the one you feel in your warrior’s gut. And now the language models come along, and with them the chance to finally silence all those incredibly annoying analysts, industry experts, and naysayers always trying to throw a wrench in the works and who question our brilliant instincts. You can take all their data and all their “natural” conclusions, and with a model that has “minimal rejection rates,” get the answer you want. Now that’s what it means to be in charge. Maybe I’m wrong, but I don’t think so. Over the years, I think I’ve picked up a thing or two about managerial psychology, and one thing a manager wants more than anything else is to be right. This becomes all the more difficult the further the manager is removed from on-the-ground decisions and actual work. The manager lives under the illusion of being in the driver’s seat and in the terror of actually being in the back seat holding a toy steering wheel from Fisher Price, as Ed Zitron always says. Language models are the ideal tool for managers: they offer them the possibility (or at least the illusion) of getting the work done without the workers, and of finally having their point of view prevail. It’s no coincidence that managers are far more captivated by the narrative of “Artificial Intelligence” than workers are. A worker sees the extra effort required to go from a draft from a language model to a finished product. The manager doesn’t; the manager sees that the first version is plausible and proceeds from there. Do you remember “fast prototyping”? Time and again, the biggest challenge was explaining that the model was a disposable proof of concept (stress on disposable), and that if the idea worked, development had to start from scratch. We almost never succeeded. Today, the same thing is happening, but applied to everything, not just software. If that weren’t the case, if management weren’t mesmerized by the idea of more work, done faster, with no more objections, it wouldn’t explain the insistence with which boards of directors impose the adoption of language models even against the wishes of workers, wouldn’t you agree?
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dataKnightmare Archive @blog@dk.dataknightmare.eu
· 2d ago
"AI" is good to show what can pass as "work", but the real question is: what is the sense of knowledge work in the age of its mechanical reproduction?
Knowledge work in the age of mechanical reproduction Today, for a change, I’d like to stay away from the immediate news. Partly because the news has become a cacophony of press releases at the expense of any analysis of real issues. For example, U.S. commandos were ready to board a Chinese cargo ship when someone realized that the claim the ship was carrying components for the nuclear industry had been confabulated by a language model. The incident nearly triggered a military confrontation between the U.S. and China, but a week later, no one’s talking about it anymore. Because, hey, what’s the big deal? Instead, today The Guardian runs the headline: “OpenAI says its review into hacks, including on Australian government sites, is costing $500,000 a day.” To that “news” (can you hear the quotation marks?), my reaction is: SO FUCKING WHAT? I mean, good for you for conducting your own investigations, but one of your representatives should be doing them while you guys stay behind behind fucking bars. Becuse last time I checked, unauthorized access to a computer system, with or without damage, with or without data exfiltration, carries a prison sentence. Because for me, the real news is: what are Altman, Amodei, and Pichai (all of whom have admitted that their systems "autonomously" went hacking) doing not only out of jail, but without even a criminal proceeding in sight? Or again, what is Zuckerberg doing out of jail, when META is objectively working to steer the elections in Brazil in the direction preferred by the U.S. government? What are all these assorted techbros doing out of jail, when Milei’s government in Argentina is bending over backward to allow individuals, companies, and foreign governments (who knows who they have in mind) to literally buy up entire swaths of the country for example, in Patagonia) for their own pleasure and that of their damn data centers? But of course, no one talks about this, while the imaginary “AI rebellion”—which exists only in the late-adolescent, ketamine-fueled minds of the tech oligarchs—is served up for breakfast, lunch, and dinner, weekends included. So, if you’ll allow me, let’s talk about something else. In that little gem that is the Simpsons movie, our hero has a psychedelic experience that makes him “have a Christmas.” Obviously, what he had was an epiphany, but Homer Simpson is our portrait in these desperate yet frivolous times, and so he has a Christmas. And I had a Christmas too, after years of explaining that no, it’s not intelligence, that there’s no one on the other side of the screen, and that those pushing this idea have troubling cultural and political affinities with people we hoped history had buried with the fall of the Third Reich... after all that, I realized that this so-called “artificial intelligence” is, after all, good for something. This isn’t my Christmas. This is: Artificial Intelligence is good for showing what people manage to pass off as “work” these days. And it’s disheartening. An explanation is in order. Anyone who hasn’t been living under a rock in recent years must know (or at least have heard) that so-called “artificial intelligence” produces nothing but regurgitations of the material it was trained on. Why this technology immediately piqued the interest of managers and entrepreneurs was obvious to me from the start: like every other form of automation before it, it sells the dream of being able to get work done without workers, which is the true capitalist ambition. Instead, until recently, I was racking my brain trying to figure out why certain professions, seemingly above suspicion, appear not only open to the idea but even enthusiastic about introducing language models into their normal work processes. Programmers, for example, or lawyers. Two professions I would have bet were impervious to replacing expertise and professionalism with language generators unconstrained by reality, that is, as I’ve been saying for four years, bullshit generators. And yet. And yet I’ve had to change my mind because, even though we can’t speak of uncritical, let alone universal, adoption, I haven’t seen the kind of staunch opposition I would have expected. Maybe lawyers and programmers have suddenly gone mad and think they can benefit from an ideology that only hopes to replace them? No. Things, as always, are more complicated. I know almost no one in either profession who truly believes they can be replaced by technology. But, equally, I know almost no one who rejects the use of so-called “Artificial Intelligence.” How can this be explained? For now, let’s set aside software and focus on more traditional office work. Everyone I talk to tells me the same thing: language models give you a rough draft; you tweak it and check for obvious errors; and while you might not like the result, your boss does. And so does his. This tells us something interesting: it tells us that we’re evaluated not for the work we do, but for the illusion of work we’re able to put on display. If a text extruder can produce passable results, it means that when we draft business letters, contracts, memos, and company policies and procedures, we’re only a few edits away from a simple copy-and-paste job. All of this has a name, coined by anthropologist David Graeber in 2018: Bullshit Jobs. According to Graeber, these are jobs that are all for show and have no real impact, mere shuffling of paperwork, busywork. Activities devoid of any real meaning that serve only to make us pretend we’re busy, while our souls are being eroded. I fully agree with Graeber’s analysis, but I arrive at slightly less despairing conclusions. What does it tell us about our work if a more or less significant portion of it can be produced by a bullshit generator? If, in a letter, a report, a contract, or a policy generated using a language template, I only have to check that the names are correct and that the clauses and references to legal articles match, what does that tell us about that letter, that contract, or that policy? To me, it suggests that all that was really needed was a document template, a form, where I could simply fill in the blanks. And it also suggests that this form requires only those workers with the operational and process expertise to know what needs to be written in the variable parts of the template. The rest of the chain of command, however, is completely superfluous. This, in and of itself, obviously means nothing. But I find it interesting that those who are pushing the hardest to force the adoption of so-called “Artificial Intelligence”, hoping for the resulting technological replacement of operational levels, fail to realize that they are, in fact, demonstrating their own utter uselessness. Fate, as we know, does not lack a sense of irony. I couldn’t care less about the fate of managers. Instead, what is the meaning of intellectual labor in the age of its mechanical reproduction, to paraphrase Walter Benjamin? We could discuss this and arrive at some interesting conclusions. For example, the joke about the mechanic comes to mind. A shiny new Ferrari pulls into the shop; the usual boorish guy who gets out of that kind of car whistles the mechanic over and says, “Look what’s wrong, engine’s making a strange noise.” The mechanic opens the hood, takes a look, revs the engine a couple of times and sure enough, the engine does make a strange noise. So the mechanic grabs a hammer and gives the engine a whack. Then he revs it again, and the engine runs like a charm. “There you go,” he says. “That’ll be a thousand euros.” The driver almost has a heart attack: “What? A thousand euros for one whack?” And the mechanic, unfazed: “No, the whack's free. The thousand euros is for knowing where to hit.” There you go. In the world of intellectual work, we’re unfortunately used to requests accompanied by the inevitable, “How long will it take you, ten minutes?” In a world that retains at least a semblance of common sense, knowing which two lines to add or change in a standard document should be worth just as much as writing the entire document from scratch, while “approving” the document should be nothing more than a useless bureaucratic formality. I’m not sure I live in that kind of world. While I’m certain that management will draw the wrong conclusions from so-called “Artificial Intelligence.” The tech oligarchs are moving heaven and earth to go public or at leastt secure military contracts. No wonder they’re in a hurry. Anthropic reported $4.6 billion in revenue, against losses of $42 billion. OpenAI reported revenue of $13.07 billion in 2025, but its final result was a loss of $38.53 billion. On top of that, both companies have non-cancellable agreements worth hundreds of billions of dollars each for future expenses related to the use of data centers that haven’t even been built yet. If we combine those “geniuses” of Altman and Amodei with those at Amazon, Google, Meta, Microsoft, and Oracle, the so-called “industry” of so-called “Artificial Intelligence” has generated $204 billion in revenue from 2022 to the present, with expenses totaling $1.5 trillion. So there’s a good chance that the fairy tale of so-called “Artificial Intelligence” will collapse in 2027. There will be a “realignment,” as they say on Wall Street; in other words, it will be a disaster. Afterward, the costs for Claude and company will likely be ten or fifteen times what they are today, if they are still around at all. Then perhaps we’ll be able to take stock. Because while so-called “Artificial Intelligence” may shrink dramatically, the lesson it has taught us about what work really is, well, that remains. Things might even get interesting.
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